Ama Dablam

L’Ama Dablam è una vetta di 6856 metri che si trova in Nepal nella valle del Khumbu Himal, nel Parco Nazionale Sagarmatha (regione dell’Everest) e domina la valle del Dhud Koshi (“fiume di latte”) che porta verso i campi base del Lhotse, Everest ed altri picchi del Mahalangur Himal comunemente identificato come Khumbu.

AmaDablam

È definita per la sua forma slanciata il Cervino dell’Himalaya. La sua scalata presenta notevoli difficoltà. Si può ammirare lungo il trekking al campo base dell’Everest in particolare dal Monastero buddista di Thyangpoche (Tengboche, 3850 m) e le vallate del Dhud Koshi fino a Chukkung.

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Ppl e dintorni – parte I

(In ordine d’apparizione cronologica)
Lisa: era poco prima dell’una del pomeriggio quel secondo giorno a Bangkok. Appena scese le ripide scale che portavano all’aula seminterrata dell’International Buddhist Meditation Centre del Wat Mahathat, i nostri sguardi interrogativi si sono incrociati e dopo un veloce saluto ci siamo domandate se fossimo nel luogo giusto: eravamo le uniche e sole in quell’ambiente per nulla ‘meditation style‘, decisamente spartano, angusto e tendenzialmente claustrofobico (che sia stato scelto apposta dai monaci?!).
Lisa ha un forte accento tedesco nel suo inglese ed è sola quella mattina perché “queste cose sulla meditazione” al suo ragazzo non interessano.
Ovviamente biondissima, con capelli lunghi raccolti a treccia, poco più alta di me, e presumibilmente mia coetanea, da buona teutonica è più che altro interessata a capire con precisione le tecniche pratiche, più che teoriche, della meditazione.
Le sue domande al Monaco sono buffe perché puntano tutte al comprenderne le possibilità di ottimizzazione, della pratica: quanti respiri, quanto lunghi o corti, frequenza, intensitá, etc. etc. Tuttavia, quando il Monaco, ironico, suppone di conoscere i motivi ‘teorici‘ per cui ci trovavamo lí, tra i quali il ‘risolvere problemi con il proprio ragazzo‘, è lei a chinare la testa e sogghignare sarcasticamente con sopracciglio inarcato. Lisa sarebbe tornata in Germania dopo pochi giorni…con il suo ragazzo…

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Hank & Stephan: olandesi, mezza età, sono forse i personaggi che ricordo con più affetto. Un misto tra Stanlio & Ollio e due esploratori colonialisti usciti dalla macchina del tempo. Hank, longilineo, biondo ed appassionatissimo di birdwatching. Stephan, più tarchiatello e basso, sorriso con fossette ed un accento olandese più marcato. Non saprei dire se fossero compagni o inseparabili amici d’avventura, ma di viaggi incredibili ne hanno fatti parecchi Hank & Stephan in giro per il mondo, sempre sul tema ‘wildlife‘ alla ricerca dell’animale più esotico. Con la loro cordialità, discrezione ed estrema galanteria, ho trascorso una bella e intensa giornata in escursione al Parco Nazionale Khao Yai – riserva Patrimonio dell’Umanitá, vasta più di 2000kmq – a caccia di elefanti, che poi si sono concretizzati in più comuni gibboni, macachi, scorpioni, ragni e pennuti vari. Degli elefanti solo code e un paio di proboscidi tra la folta selva. È incredibile quanto sia difficile intravedere un intero elefante tra il fogliame della giungla. Anche il suo passo è impercettibile, più felpato di quello di un felino in punta. Sono gli arbusti che si rompono ad indicarti che qualcosa di parecchio ingombrante si sta muovendo.

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Klin: una delle poche guide donna del suddetto parco. Risoluta Klin, taciturna, con busto corto e gambe lievemente ranche, ma dal passo agile e rapido. Non saprei indicarne l’età, come mi capita spesso con i thailandesi che incontro, si muove nella giungla con la stessa familiarità di Mowgli e pesca scorpioni meglio di Sampei i pesci. Ci intrattiene dopo cena con mirabolanti storie di elefanti che schiacciano ‘involontariamente‘ automobili passando per le strade del parco… ed il giorno dopo la mia partenza: http://m.bbc.com/news/world-asia-30783680…

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Ragazza thailandese: siede di fronte a me nel minibus che porta dal Parco ad Ayutthaya. Indossa sandali con zeppe di sughero e calzini colorati alzati fin sopra le caviglie. Per tutta la durata del viaggio non fa che ossessivamente rullare pagine facebook alla ricerca di qualche contatto online per chattare, sorprendentemente in lingua inglese. Forse anche per questo è stata l’unica di tutto il pulmino ad offrirmi poche utili indicazioni circa la durata ed il motivo delle varie soste lungo la strada prima di giungere a destinazione. Come sfruttare le occasioni che ti si propongono per allenare una lingua straniera!

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Carina: svedese, a-tipica. Solo il colore dei capelli lo lascia intuire, ma non la sua loquacità né, tanto meno, la sua fisicità lontana dall’immaginario comune dello Svedese tipo. Mi accalappia alla stazione di Ayutthaya chiedendomi molto francamente se volessi trascorrere la giornata in sua compagnia nell’attesa del treno serale – il mio per Chiang Mai, il suo per una cittadina al confine con il Laos di cui non ricordo il nome – con il vantaggio ulteriore di poterci dividere i costi del tuktuk nel ‘rush‘ tra un tempio e l’altro. Sarà la parlantina frenetica con accento americano, sarà che già mi ero abituata ai ritmi ‘in solitaria‘, Carina-non-tanto-carina io l’avrei salutata dopo soli venti minuti. Mi lascio trasportare dagli eventi e, ‘quasi‘ come fossimo i protagonisti di ‘Before Sunrise‘, ci ritroviamo al binario dopo una lunga giornata a salutarci con un velo di malinconia, pochi minuti prima della partenza del mio treno. Sono state chiacchierate proficue quelle con Carina di Stoccolma. Mi ha illuminata su tante piccole cose circa il viaggio in solitaria, il lavorare all’estero e soprattutto il perché e il per come ci siano così tanti Svedesi in Thailandia spesso accompagnati da bimbi appena nati e che sembrano risiedere per lunghi periodi su suolo siamese. Tutto dipende ancora una volta dal loro impeccabile welfare e dalla possibilità che hanno di sfruttare maternity e paternity leave,, nonché la disponibilità di scuole svedesi in isole come Koh Lanta e l’estrema facilità di affittare i propri appartamenti a studenti per tre, sei, otto mesi. A quanto pare in Svezia, specificatamente a Stoccolma, vi è carente disponibilità di alloggi per studenti, i quali, con i benefit statali di cui godono sin dalla nascita ed i risparmi dei vari lavori estivi, risultano acquirenti mediamente benestanti da potersi permettere durante l’università un alloggio privato.
Carina ha viaggiato spesso sola e lo constato con sorpresa anche dalla dimensione super ottimizzata del suo bagaglio. Io in confronto mi sento un cammello carico per la traversata del deserto! Mi suggerisce ‘Travelettes‘, pagina facebook dedicata a viaggiatrici solitarie e mi invita a contattarla tramite il sito…peccato ci siano più di 84 mila followers…

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"Sono salita sull'Ama Dablam per svuotare la mente e riempire il cuore"